venerdì 1 marzo 2013

PASCAL PINON - La mela di Newton (Padova) 1 marzo 2013



I was here!

mercoledì 27 febbraio 2013

“Fashion. Un secolo di straordinarie fotografie di moda dagli archivi Condé Nast” – (Fondazione Forma per la Fotografia) Milano 10 febbraio 2013






“Dobbiamo fare di Vogue un Louvre” disse Edward Steichen, uno dei primi grandissimi fotografi di Vogue, alla caporedattrice di Vogue America, Edna Woodman Chase negli anni 20’.
Alla mostra del Forma ci troviamo di fronte a 200 scatti realizzati fin dai primi numeri di Vogue, dalle successive edizioni internazionali, o nelle numerose riviste delle edizioni Conde Nast in 100 anni di storia: Vogue, Men’s Vogue, Teen Vogue, Lei, Pop, GQ, e tantissime altre dagli archivi di New York, Parigi, Londra, Milano.
La lista dei fotografi è lunghissima: Diane Arbus, Cecil Beaton, Guy Bourdin, Peter Lindbergh, Man Ray, Ugo Mulas, Helmut Newton, Irving Penn, Terry Richardson, Herb Ritts, Paolo Roversi, Franco Rubartelli, Satoshi Saïkusa, Sølve Sundsbø, Mario Testino, Bruce Weber e tanti tanti altri.
Un vorticoso giro attraverso gli anni, i decenni.
Le foto non ci parlano solo di moda, di arte, ma anche del periodo storico, sociale. Gli anni 50’ glamour, i 60’ spensierati, i 70’ impegnati, gli anni 80’ dove il corpo diventa protagonista e le top model diventano star. Le prime foto di Linda Evangelista, Kate Moss, e tutte le più osannate di quel particolare periodo.
L’idea della curatrice Nathalie Herschdorfer, è quella di ripercorrere l’evoluzione della fotografia di moda dalle sue origini sino ad oggi, ricordando non solo i fotografi ma anche chi lavora dietro al set per creare scatti indimenticabili: redattori, modelle, stylist, truccatori e parrucchieri … gli abiti! Le modelle! Partendo da questo presupposto, nelle didascalie delle foto selezionate andavano messi anche i nomi delle persone che avevano contribuito a quelle foto, e nella maggiore di queste non si menzionano i nomi degli stilisti degli abiti, ma solo le modelle.
Forse una mostra non completamente riuscita fin dal titolo: Fashion. Un po’ riduttivo se di arte si tratta. Inoltre: selezionare dagli archivi delle città della moda le foto di oltre 100 anni, di una infinità di fotografi, di tantissime riviste della Conde Nast, francamente un’operazione un po’ temeraria.
Perché non selezionare un periodo delle pubblicazioni Conde Nast? O un decennio (che ne so gli anni 80’) O una rivista specifica?
Alla fine del percorso mi rimane l’amaro in bocca, troppo poco per tanto splendore. Ma soprattutto non vedo l’ora di tornare a casa e prendere in mano i numeri di Vouge, L’uomo Vouge, Vanity e altri che dagli anni 70’ colleziono e sfogliarli consapevole del mio piccolo Louvre casalingo.

venerdì 15 febbraio 2013

TOMÁS SARACENO - On Space Time Foam, (Hangar Bicocca, Milano) 10 febbraio 2013







Negli spazi dell’Hangar Bicocca Tomás Saraceno ha installato una struttura di tre piani sollevata da terra a 24 metri d’altezza. Un lavoro che sfida le paure, le sicurezze, le altezze, e tanto altro … ognuno ha il modo di sperimentarle nel fluttuante organismo sintetico.
La struttura vista da sotto lascia sorpresi. Degli enormi teli di plastica trasparente di 400 metri quadri dove si può camminare, rotolare, interagire. All’apparenza una situazione ludica che in realtà apre a molte percezioni e letture.
I 3 teli sono stati creati da un team multidisciplinare (ed immagino anche un grande sforzo assicurativo), ci sono delle inevitabili regole ben precise per come accedere o per chi non può accedere, tutto questo per garantire l’incolumità dei partecipanti e della struttura.
Chi rimane sotto alla struttura, può assistere alle prodezze ludiche dei partecipanti, il disinibito esibizionismo artistico, osservare il “comportamento” in una situazione decisamente strana. Inizialmente può far sorridere, creare ilarità vedere ruzzolare, capitombolare, le persone che sopra le teste tentano di avanzare a carponi nella plastica. Ma sia per l’altezza e la sensazione di “insicurezza”, può creare un po’ di inquietudine e decidere di lasciare il proprio posto a qualcun altro, ben capendo che non si tratta di un’attrazione di Disneyland.
Per chi partecipa a piccoli gruppi all’esperienza dopo essere entrati, tramite pertugi, corde e scalette per sostenersi, si rende conto della difficoltà, dell’altezza … per chi rimane nel “primo piano” ha una visione ravvicinata con il pavimento sottostante e il proprio senso dell’equilibrio viene messo in difficoltà. Sopra la propria testa ci sono altre persone che tentano di arrampicarsi, di non cadere nella parte più gonfia che crea con la parte sotto una specie di utero artificiale dove abbandonarsi a reconditi istinti prenatali.
Per chi è nei piani superiori, la tela è più morbida, rigonfia, crea delle tasche dove rannicchiarsi, cambia  e si deforma ad ogni movimento. Ma si è anche più vicini al soffitto e dall’alto si ha una visione globale della struttura, del movimento delle altre persone sottostanti.
Un’esperienza spazio temporale. Attraverso la membrana si percepiscono segnali, movimenti, cadute, come in una grande tela di ragno. Una trama di sensazioni, segnali, percezioni da vivere intimamente o in condivisione come un paradigma sociale.

giovedì 31 gennaio 2013

MOMIX - Alchemy, Teatro Comunale di Vicenza - 27 Gennaio 2013





Il nuovo spettacolo dei Momix sembra uno show realizzato per i grandi hotel di Las Vegas. Effetti speciali, videoproiezioni, musiche roboanti, acrobazie ginniche, oggetti su cui creare un immaginario che sembra strizzare l’occhio al Cirque du Soleil. 
Pensando alle creazioni del passato, come ad esempio Passion, è difficile guardare questo spettacolo con gli stessi occhi. Quì gli oggetti, le idee, il lavoro che ha reso celebre questa compagnia non trasmettono una ricerca, ma sembrano rimanere su un piano di illusionismo, un piano circense … l’eccesso di effetti speciali alla David Copperfield indicano mancanza di idee, nel passato usavano elementi impensabili, creativi, e di ogni tipo e tutto diventava incredibile.
Per quanto la bravura dei ballerini sia indiscutibile, non riescono a trasmettere un immaginario poetico, e purtroppo, soprattutto nella prima parte, si sfiora l’animazione che si può trovare nelle discoteche di Rimini o Riccione. La scelta musicale è forse il problema principale: un misto di discomusic anni novanta, new age, tutta molto ammiccante e ritmata per battere i piedi più che le mani … poca ironia nel mescolare simboli riconoscibili: burqa, dervishi, fiori, pesci, donne prosperose …
Le due cose che posso salvare in uno spettacolo di ben un’ora e quaranta minuti, sono il fuoco creato con un enorme pezzo di tessuto animato dai danzatori, e un gioco di corpi e specchi che simulano entità marine.
Nella seconda parte qualche guizzo sui costumi, sugli oggetti si torna ai Momix degli anni migliori … ma la musica continua ad infastidirmi, e l’inevitabile tripudio di applausi, danzatori simpatici ed ammiccanti mi lascia un senso di ruffianeria insopportabile. 

mercoledì 16 gennaio 2013

MADAME GRÈS Sculpturale Mode (MOMU Modemuseum) Antwerpen, 3 gennaio 2013







Il museo della moda di Anversa dedica una retrospettiva (in realtà una rielaborazione della mostra del 2011 dal Museo Galliera di Parigi) a Madame Grès, considerata tra le più importanti couturier del Dopoguerra. Germaine Emilie Krebs era nata nel 1903, fin da bambina sognava di diventare una scultrice, il suo sogno si realizzerà nel 32’ aprendo la sua prima casa di moda, realizzando abiti scultura. Fu l’inizio di una carriera strepitosa, insignita di prestigiosi riconoscimenti, vestì donne famose come Edith Piaf, Marlene Dietrich, Jackie Kennedy, Grace Kelly, la duchessa di Windsor, Greta Garbo, si scontrò persino con il Terzo Reich, facendo sfilare una collezione di soli abiti rossi, bianchi e blu, i colori della sua Francia, durante l’occupazione nazista. Ma la piccola e minuta donna non ebbe la fortuna di Coco Chanel o Christian Dior, morirà povera, sola, in un ospizio, dimenticata da tutti. Sarà un giornalista che scoprirà la morte tenuta nascosta dalla figlia perché non aveva i soldi per pagare i funerali, un anno dopo, nel 1994.
La mostra recupera il genio, l’artigianalità, le opere d’arte di questa donna che ha creato con i drappeggi, pieghe, soluzioni accuratissime senza usare forbici, realizzati solo in jersey o in seta, abiti ispirati alle sculture elleniche, al minimalismo, all’oriente, all’architettura.  A divinità antiche per donne eleganti oltre ogni tempo.
La mostra presenta una serie di abiti da giorno, da sera, da cocktail, e nelle varie ispirazioni. Alcuni abiti di Jean Paul Gaultier,  Alber Elbaz, Haider Ackermann e Yohji Yamamoto ispirati dai disegni originali di Madame Grès.
Inoltre sono esposti i bozzetti originali bellissimi, le foto originali dell’epoca, da Vouge, di Richard Avedon,  Guy Bourdin, alcuni video, tra cui uno imperdibile su Diana Vreeland che racconta dell’incontro che ebbe con Madame Grès.
Altro aspetto interessante l’allestimento curato dall’artista Renato Nicolodi, presente con alcune opere e un video in cui spiega i moduli neri, ispirati alla Roma antica, che, con giochi architettonici minimal, fanno risaltare gli abiti e li rendono “sacri”.


giovedì 10 gennaio 2013

Lucie & Simon - Scenes of Life; We–egee - Murder Is My Business; Gert Jochems - S (FOMU FotoMuseum) Antwerp, 3 gennaio 2013






Nella prima delle tre esposizioni troviamo le bellissime foto di Lucie & Simon dalla serie "Scenes of Life”: semplici scene familiari, interni di appartamenti, momenti ludici, ma resi in modo incredibile con lo scatto realizzato dall'alto, creando un effetto verticale, in bilico tra curiosità ed immediata “immissione” nel mondo fotografato dal duo franco-tedesco. Nella stessa sala un video con gli scatti dalla serie “Silent World”. Luoghi immediatamente riconoscibili come Times Square a New York, o Londra, Parigi e altre ma incredibilmente vuote, deserte, quasi un day after improvviso, inquietante … in ogni foto una sola figura, smarrita, attonita, in un mondo minaccioso … come musica di sottofondo, brani di Philip Glass.
Nella seconda esposizione una selezione degli anni 1930-1940 del fotografo Arthur Fellig, diventato famoso per le sue immagini di omicidi, incidenti, sparatorie, incendi, a volte macabre, raccapriccianti ma di immediata fruizione per i giornali di cronaca dell’epoca. Tra la fortuna e la sfacciataggine riusciva a essere sempre sulla scena del crimine e diventare così famoso da essere soprannominato Weegee (da Ouija un popolare gioco dell’epoca che prediceva il futuro). Da fotoreporter free-lance diventa noto presso le testate più rinomate, e negli anni successivi alcune mostre, un libro e un film (The naked city) lo porteranno al successo collaborando con Vogue,il Daily Mirror e con Stanley Kubrick.
Nelle ultime sale del museo, le foto provocazione di Gert Jochems. Un occhio diretto, su feticismi di ogni genere, sado masochismo, bondage, pratiche estreme e fantasiose, master and servant, divise, uniformi, mistress, aghi, punteruoli, tacchi, pelle, gomma e tanto altro … tutto questo in ambienti domestici, cucine, camere, ristoranti, salotti, garage, addobbati a play room nei modi più ingegnosi con imbracature, carrucole, teli, paranchi ed altro … oltre alle foto anche schizzi originali di inimmaginabili e creativi costumi per dress code appropriati: mute da sub gonfiate all'inverosimile  animali gonfiabili da piscina cuciti ed assemblati assieme per partecipare ad orge, feste e quant'altro  Le persone ritrarre non sono modelli o modelle, ma persone qualsiasi, casalinghe, anziani, coppie … l’occhio del fotografo non indaga la fisicità, ne l’intimità, ma una “normalità” esibita, un mostrarsi non per stupire ma per essere accettati.